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L’equivoco della incompetenza

L’obiezione secondo cui la democrazia diretta sarebbe strutturalmente fragile perché il corpo elettorale “non ha le competenze” necessarie per decidere su questioni complesse è, a prima vista, la critica più intuitiva e, insieme, la più ambigua: sembra denunciare un rischio reale (decisioni tecnicamente inadeguate su economia, ambiente, politica estera), ma in realtà confonde due piani distinti, quello della competenza come sapere specialistico e quello della competenza democratica come capacità etica e deliberativa. Nel primo senso, è vero che “non tutti i cittadini dispongono delle competenze tecniche necessarie” e che, in assenza di dispositivi adeguati, l’emotività può prevalere sulla razionalità, esponendo la decisione a impulsi, polarizzazione e populismo. Tuttavia, assumere questo dato come argomento conclusivo significa trattare la competenza come condizione preliminare della sovranità, anziché come prodotto politico di istituzioni e pratiche: come se la cittadinanza dovesse presentarsi già “abilitata” per poter partecipare, mentre ogni altra sfera sociale (lavoro, scuola, scienza) riconosce che l’abilità nasce dall’apprendimento situato, dall’esercizio e dalla responsabilizzazione. In questo senso, la critica finisce per difendere — spesso inconsapevolmente — un modello in cui l’incompetenza popolare viene “corretta” dalla delega, come se la rappresentanza garantisse automaticamente qualità cognitiva; eppure la delega può altrettanto bene produrre opacità, deresponsabilizzazione e cattura oligarchica, cioè esiti che non dipendono da un difetto del popolo, ma da architetture istituzionali che separano sistematicamente decisione e apprendimento. Proprio per questo, l’argomento della competenza, se preso sul serio, non porta a liquidare la democrazia diretta, bensì a precisarne la condizione di possibilità: educare alla partecipazione e progettare processi deliberativi che trasformino la scelta in un percorso di comprensione, confronto e assunzione di responsabilità, invece che in un gesto isolato. La competenza democratica — che il saggio distingue programmaticamente come questione centrale — non coincide con l’enciclopedia individuale, ma con la capacità collettiva di interrogare problemi, pesare ragioni, riconoscere bias, ascoltare competenze esperte senza trasformarle in dominio, e costruire decisioni robuste attraverso pratiche cooperative e trasparenti: non l’illusione dell’elettore-onnisciente, ma l’intelligenza che emerge quando la comunità dispone di tempi, spazi e strumenti per deliberare davvero, anziché limitarsi a reagire. In breve: se la critica denuncia il rischio dell’incompetenza, la risposta più rigorosa non è sottrarre potere al demos, ma costruire istituzioni e percorsi formativi che rendano la competenza inseparabile dall’esercizio stesso della sovranità.

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